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Una voce dalla cucina: Mangiare perchè “fa bene” o perchè è “buono”?

Dopo lunghi corteggiamenti siamo contenti di potervi presentare una voce nuova sul nostro blog: Lucio. Tenteremo di convincerlo di scrivere ancora per noi ma i “cuochi veri” preferiscono pensare al cibo che non alla penna.

Non scrive sul nostro blog di cucina per caso; lui da tempo è un cuoco professionista nonostante abbia appena solo 25 anni. Gli avevamo chiesto di mandarci qualche riga su di lui:

Lucio Gala, 17/03/88, diploma alberghiero, iscritto all’università di Torino. Per passione studio filosofia, per amore faccio il cuoco.

Ammiro la sintesi. Secondo me è quel dono che ci permette di risparmiare tempo con le cose brutte (e dunque dedicarci maggiormente alle cose belle) e, volendo, di uscire con il massimo stile dai litigi. Ma qui, forse, la sintesi di Lucio è sinonimo di modestia.

Nel pensiero di Lucio l’amore per la cucina, la gastronomia e la storia dei prodotti e dei piatti tipici si somma a quello della ricerca del gusto e dell’evoluzione delle teniche di conservazione e preparazione dei cibi. Parlando molte volte con lui mi sono reso conto che è conscio del pericolo implicito nella logica di vendita e profitto del cibo (un tema su cui prima o poi vorrei scrivere un articolo). Non sarà solo un caso se Lucio studia filosofia!

Mangiare perchè “fa bene” o perchè è “buono”?

Delle due io scelgo la seconda; la prima ha tutt’al più funzione propedeutica. Generalmente da bambini ci veniva detto di mangiare una tal cosa poiché ci avrebbe fatto bene. Una su tutte: il fegato. Ebbene, durante i miei studi di alimentazione non ho potuto fare a meno di constatare quanto il fegato sia salutare, difatti posso dire che il fegato è l’unico alimento che mi sono auto-imposto di mangiare: era necessario.
Fegato a parte, per quella che è la mia esperienza, il “buono” prevale sul “fa bene” anche perché, nel mio caso, molto spesso le due cose coincidono (sia per il corpo che per l’anima).
È solo edonismo? No.
Due prerogative: la tecnica, la qualità degli ingredienti.
Se si sceglie la via del “buono” queste due prerogative sono imprescindibili, se si sceglie la via del “fa bene” le due potrebbero venir sottintese.
Teoricamente ciò di cui sto parlando è una finezza, ma praticamente?
Per fare un “buon” piatto è indispensabile avere buoni ingredienti e saperli trasformare bene.
Teoricamente, per fare un piatto che “fa bene” bisogna che gli ingredienti non siano dannosi per l’organismo e guardare all’apporto nutrizionale.
Il pelo nell’uovo che voglio trovare consiste nel fatto che guardare solamente a cosa un cibo ci dà mi sembra riduttivo.
Non vorrei che si smettesse di guardare al piacere che ci da mangiare un “buon” piatto, coscienti che, a seconda dell’abilità di chi l’ha fatto, i fattori qualità-salute-apporto sono già stati considerati.
Non vorrei inoltre che guardare solamente alla salubrità di un piatto implicasse tutta un’altra serie di considerazioni dall’esito dubbio.
Concludendo: penso che impegnarsi a fare un “buon” piatto sia più gratificante e per esperienza so che il 90% dei fegati è cucinato con tecniche sbagliate.

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Informazioni su georg maag

scrittore per l'infanzia, traduttore, lettore di tedesco per lettere&filosofia all'Università di Torino; hobby: cucina, fotografia, golf

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