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Un cocktail dei tempi del jazz che fa passare il blues

Di fronte alle festività d’ordinanza, l’umana stirpe si divide in due fazioni. Da un lato, e sono legione, c’è chi si tuffa più sorridente di Ester Williams in un mare di cenoni, veglioni, pacchettini, fiocchetti, ghirlandine di finto vischio, angioletti portacandele, barbone da Babbo Natale e mutandine rosse (vabbè, queste ci possono stare). Più defilato, ecco il gruppo di coloro che soffrono del blues delle feste. Loro non si acchittano, non sparano botti, non imbandiscono banchetti per il clan famigliare. Semplicemente fanno finta di nulla. Se vengono invitati al pranzo di Natale cercano di mimetizzarsi con la tappezzeria per evitare che la zia Concettina gli chieda per la ventesima volta quand’è che si sposano e fanno tanti bambini;  la sera di Capodanno, al massimo, rileggono The wasteland nell’edizione critica di Serpieri fumando marijuana. Questo post si rivolge a loro. Chi volesse mescolarsi per una volta alla psicosi collettiva di turno lasciando a casa le proprie malinconie, può prepararsi agevolmente il seguente cocktail. Oltre a garantire un’ilare e duratura ebbrezza, punteggiata da vette di puro entusiasmo, conferisce un certo tono di snobismo.

Oh si, perché il cocktail che vadò testé a illustrare viene direttamente dalla Parigi del secondo dopoguerra e ci è stato tramandato da Boris Vian*. Fatevene un paio e vi sembrerà di stare in un locale fumoso, seduti tra Juliette Greco e Miles Davis. Fatevene tre e il vostro quartiere si trasformerà in St-Germain-des-Près, il bar sotto casa in un jazz club e saluterete il vicino di casa con un gioviale: Auguri signor Queneau!

Bon, eccovi le parti:

3/8 vermouth dry

1/2 vodka (o gin)

1/8 cointreau

*B. Vian, Manuel de St-Germain-de-Prés, Parigi, Pauvert, 1997, p. 234

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Informazioni su michela goi

dottoressa di ricerca in storia dell'arte, redattrice, guida turistica, aiuto cuoca per qualche mese

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