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Vedo-non-vedo: sulla falsità del nostro rapporto con la carne

Non sarà un articolo pro o contro il veganesimo/vegetarianesimo. Lungi da me! Non entrerò mai mea sponte in un discorso così difficile che divide gli animi da anni, e poi ciascuno è libero di pensarla a modo suo. Condivido però una o due ragioni per cui non si dovrebbe mangiare la carne – o almeno mangiarne poca.

Sulla vita spesso non ho le idee chiare. Sul cibo invece sì. Dopottutto “der Mensch ist, was er isst”, ossia: siamo quello che mangiamo. Sono convinto che il capitalismo non dovrebbe entrare nella nostra alimentazione. Pane quotidiano e industria non vanno d’accordo, anzi, sono un ossimoro. Con l’ascesa dell’industria alimentare la logica del guadagno sì è installata nel concetto del cibo. Le leggi del capitalismo vengono guidate dalle lobby o dalle grandi aziende, le quali controllano gran parte dei cibi che mangiamo, inclusi i prodotti del mercato globale della carne.

Se la carne è una merce (e non più un alimento), bisogna fare in modo che se ne consumi il più possibile. Allora, se per allettare il consumatore occorrono prezzi bassi e per ottimizzare la produzione bisogna accelerare i tempi, si ricorre a stratagemmi commercialmente funzionali, anche se vanno nella direzione opposta alla cura della qualità.

Si selezionano animali che crescano sempre più in fretta. Allo stesso tempo le lobby controllano il mercato dei mangimi e influenzano pesantemente sia la legislazione, sia le associazioni di veterenari. Questo ciclo vizioso ha fatto sì che oggi antibiotici e ormoni della crescita vengano aggiunti ai mangimi come se si trattasse di una prevenzione alle malattie. Gran parte delle malattie, invece, sono direttamente collegate all’allevamento intensivo del bestiame, di per sé una pratica disumana e dannosa. Si interviene poi sul prodotto finito estendendo i limiti della conservazione, aggiungendo coloranti, addensanti ed esaltatori di gusto. Se interessa, qui si può vedere un documentario interessante sulle lobby della carne negli USA. Se vi interessa un articolo sulla frode delle carni all’Auchan di Torino, leggete qui.

Perché si dovrebbe mangiare meno carne? A parte i discorsi sulla clonazione di animali e sull’introduzione degli ogm nella catena alimentare, a parte il fatto di non trovare quasi più un pollo normale che non sia cresciuto in batteria al chiuso e senza spazio, che non sappia di pesce o sia imbottito di antibitoici e altre schifezze, rimane un dato inconfutabile: quasi tutti mangiamo troppa carne.

Mi ricordo bene che i miei nonni si permettevano la carne una volta alla settimana, di norma la domenica. Non che non avrebbero potuto mangiarne di più… erano semplicemente abituati a considerarla un lusso e non una necessità. Ma la domenica era sempre festa. Nonostante questo sono cresciuti bene e sono arrivati tutti, 9 tra fratelli e sorelle, alla bella età di 82 anni e oltre, senza grossi acciacchi, senza segnali di Alzheimer o di demenza, senza diabete e senza allergie.

Oltre al discorso dell’impatto insostenibile degli allevamenti intensivi sull’ecosistema e su di noi  – altra conseguenza del capitalismo sul cibo di cui scriverò in futuro – c’è da soffermarsi un momento su come la carne viene presentata al consumatore.

Il post di oggi è sull’inganno che la nostra mente accetta quando si compra la carne. L’industria della carne, infatti, si è impegnata negli anni a non farci accorgere che quello che compriamo è un pezzo di maiale, di agnello o di manzo, ecc., e nel frattempo noi consumatori ci siamo abituati. Ormai nei supermercati e nelle macellerie delle città la carne non viene esposto in tagli grossi, che potrebbero far scattare nell’acquirente la consapevolezza di comprare un pezzo di un animale. Sulle etichette, altro inganno inventato dalla grande distribuzione, appaiono da qualche anno diciture come scaloppina, fettina o spezzatino, non il taglio da cui provengono. L’animale sparisce per lasciare spazio a un piatto, a una preparazione, a una ricetta o un nome d’arte. Oggi invece si va alla “boutique della carne”; sono spariti da tempo i quarti di bue o di maiale che fino a qualche anno indietro erano appesi, ben visibili, dietro al macellaio.  La carne  è diventato un piatto preconfezionato, in alcuni casi l’animale da cui deriva risulta quasi irriconoscibile. Compriamo una milanese preconfezionata, pronta da cucinare, e non vediamo o conosciamo più l’animale, non conosciamo più il taglio né come lo si prepara: la battitura o l’impanatura… Tutto è pronto, comodo, asettico, non ci sporchiamo le mani, pensiamo al prodotto finito e ci perdiamo la consapevolezza della preparazione: date uno sguardo qui e qui per capire quanti insospettabili passaggi di lavorazione ci separano dall’animale. L’industria decide, sceglie e prepara per noi, per le masse, ci impone il consumo rapido e facile, e noi compriamo e consumiamo la carne senza dover lavorare, pensare, scegliere. Abbiamo perso peso e misura, abbiamo acquisito l’abitudine del consumatore. E ora consumiamo tanta, troppa carne.

La squallida scena del film “Una storia di Natale” del 1983 ci fa capire quanto noi occidentali ci siamo allontanati da un sano rapporto con il cibo e come addirittura desideriamo di essere ingannati.

Si può fare qualcosa per migliorare le cose, per non farsi sempre e solo ingannare nel nostro rapporto con la carne? Sì, ne sono convinto. Un piccolo passo è possibile, almeno per chi possiede un giardino o per chi abita in campagna. Basterebbe allevare da noi alcuni animali. Non dico mucche o maiali, ma almeno polli, galline, oche, conigli. Allevarli con rispetto e con amore, con dedizione. Almeno siamo sicuri che hanno avuto una bella vita, che sono cresciuti sani e senza ormoni, antibiotici, ecc.

Certo, bisogna poi ammazzare il pollo quando è ora. Ma forse questo ci riporterà indietro nel tempo, a capire appieno cosa significhi mangiare la carne, e di conseguenza avere rispetto per l’animale e rispetto per la vita (e per ogni forma di vita). Ci regalerà anche un gusto meraviglioso, ormai dimenticato da anni.

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Informazioni su georg maag

scrittore per l'infanzia, traduttore, lettore di tedesco per lettere&filosofia all'Università di Torino; hobby: cucina, fotografia, golf

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