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Considerazioni sulla nostra bistecca. L’attacco dei cloni

Tra noi due autori, il sottoscritto è decisamente quello più incline alla carne. Carnivoro come sono, vorrei poter comprare, grigliare e mangiare la mia costoletta settimanale con tranquillità e in totale sicurezza. Già durante le ricerche per l’articolo sull’encefalite spongiforme bovina mi sono reso conto che l’industria della carne – come sempre quando il cibo funziona in base a una logica industriale e capitalistica – si trascina dietro alcune contraddizioni, e non di poco conto.

Oggi mi chiedevo: è veramente tutto sotto controllo con le nostre costolette?

Scrivendo sulla mucca pazza mi è venuto un tarlo folle, che non sono più riuscito a togliermi dalla testa. Mi domandavo a che punto fosse arrivata la clonazione oggi, nel 2012. Può capitare che animali clonati  entrino nella mia macelleria di fiducia? Sono partito sereno; ero sicuro che la clonazione di animali non fosse avanzata  fino a questo livello, basandomi su quel poco che avevo sentito e letto. Dopotutto la pecora Dolly, “assemblata” nel 1996, ebbe tantissimi problemi legati alla sua salute. L’ultima notizia giunta alle mie orecchie era quella relativa alla clonazioni di maiali per trapianti di organi destinati a esseri umani. Già su questo punto ammetto di sentire qualche brivido corrermi lungo la schiena. Ma una cosa è allevare suini clonati per trapianti (semmai di pochi multimiliardari), un’altra è quella di proporci una costoletta di maiale clonato, per di più quasi sicuramente senza dichiararlo sull’etichetta. Si entrerebbe dritto nella fantascienza. Ecco il mio tarlo, mi deve essere rimasto in mente dopo aver letto in gioventù L’apprendista stregone di Goethe.  Iniziare qualcosa senza pensare alle conseguenze è una trama comune a tanti libri e film dell’orrore. La storia dell’OGM ci insegna che gli spiriti goethiani chiamati a servirti ogni tanto diventano i tuoi padroni. Se volete approfondire questo argomento, leggetevi il capitolo “Rischi” su Wikipedia.

Torniamo alla bistecca e alla clonazione. Non spaventatevi, starò attento a non parlare dell’aspetto morale (mi limito ad assicurarvi che mi fa schifo l’idea della clonazione eccetto pochissimi casi di finalizzazione medico-sanitario; insomma, mi rendo conto che in alcuni casi potrebbe aiutare chi soffre).

Il problema invece è un altro, e tocca tutti noi. L’ho scoperto leggendo le pagine sulla salute dei consumatori dell’EU. Per fortuna le decisioni prese dal Parlamento europeo sono tutte on-line sotto forma di rapporti e sono pure stilate in tutte le lingue dell’Europa unita.

La prima cosa che mi è saltata all’occhio è l’abissale differenza tra la quantità di informazioni contenute in questi report e i nostri italici telegiornali e giornali. Mentre i primi sono costretti ad attenersi (per fortuna) a ogni singolo punto discusso e a spiegare le conclusioni prese, nei media (non solo italiani, la situazione è simile anche in altri paesi) manca praticamente ogni approfondimento. Forse ogni tanto se ne parla brevemente, ma di solito i riflettori si accendono unicamente su casi clamorosi (come, appunto, quello dell’Encefalopatia spongiforme bovina) e di sicuro appeal sui cittadini, mentre le informazioni importanti e i rarissimi approfondimenti, vengono diffusi verso mezzanotte in special seguiti da quattro gatti mezzi addormentati sul divano.

C’è da chiedersi come mai nessuno fornisca maggiori informazioni su un tema così importante e discusso. Preferiscono parlare dei cani della regina Elisabetta (vedi Tg2 di oggi) o di dove il premier passa le vacanze, di calcio e di veline. Questo fatto mi porta a una riflessione: è quando i media non parlano più di un tema “caldo” che bisogna cominciare a preoccuparsi. Difficile credere che sia una semplice svista o che non sia successo niente di nuovo o di interessante.

In effetti: sono successo tante cose. O meglio, qualcosa di importante non è successo.

Mi è bastato leggere tra le pagine della Commissione Europea della salute. A cominciare dalla Relazione della Commissione al parlamento europeo e al consiglio sulla clonazione degli animali per scopi di produzione alimentare della fine del 2010. Vi faccio un riassunto di quanto ne ho dedotto e/o capito:

L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) esprime in data 5.7.2008 il parere che a causa dello scarso numero di studi esistenti sia difficile valutare i rischi collegati alla clonazione.

«La salute e il benessere di una quota rilevante di cloni erano risultati compromessi, spesso in maniera grave e con esito letale. Nessun elemento – secondo le conclusioni del parere – dimostrava l’esistenza di differenze in termini di sicurezza alimentare tra la carne e il latte ottenuti da cloni e dalla loro progenie e i prodotti analoghi provenienti da animali allevati in modo tradizionale. Il parere, infine, non considerava prevedibili ripercussioni sull’ambiente, ma riconosceva che i dati a disposizione erano limitati.»

L’ho letto tutto: quasi tutti gli animali clonati muoiono o nell’utero delle genitrici “surrogate”, come si chiamano le povere mamme, o durante o dopo il parto. Meno del 10% dei cloni sopravvive rispetto al numero di embrioni trasferiti nei bovini, mentre nei suini la percentuale si attesta attorno all’11%. Inoltre ci sono numerosi e importanti problemi di benessere pure per le genitrici “surrogate”. Tantissime anomalie negli animali clonati si manifestano invece col passare del tempo.

In tutta Europa solo la Danimarca ha vietato l’uso della clonazione per scopi commerciali e si è quindi conformata alla risoluzione del 2005 delle Nazioni Unite. A parte la Danimarca, in nessuno Stato membro esiste una legislazione specifica sull’uso della clonazione. Con altre parole, possono fare un po’ quello che vogliono.

Hmmm. Già questa informazione basterebbe, secondo me, a vietare ogni ulteriore clonazione a scopo alimentare. La legislazione dovrebbe tenersi al passo con il progresso tecnologico.

Ma a che punto è l’avanzamento della clonazione oggi in Europa? Potrebbe in qualche modo influenzare la carne che mangiamo?

In linea di massima potremmo essere tranquilli. Gran parte dei paesi dove si clonano animali – così ci informa il rapporto – possiede controlli e leggi specifiche. Così, per esempio, in Francia i cloni vengono utilizzati soltanto per scopi di ricerca.

Il problema nasce quando entra in scena la progenie dei cloni. Sugli animali di seconda generazione non esistono leggi, non ci sono controlli e non sono nemmeno sempre tracciabili.

Prendiamo gli Stati Uniti, il primo paese al mondo per clonazione animale. Qui le cose si mettono male.

«È in corso una moratoria volontaria sulla commercializzazione dei prodotti alimentari (carne e latte) derivati da cloni. La moratoria non è però estesa ai prodotti alimentari derivati dalla progenie di cloni o da animali ottenuti da sperma o embrioni di cloni. In generale non c’è un’etichettatura specifica né un monitoraggio dello sperma e degli embrioni di cloni e della loro progenie. Non è quindi possibile disporre di dati precisi sulle esportazioni di sperma e di embrioni verso l’UE, dato che i cloni usati come donatori di sperma appartengono ad allevatori privati e le imprese di clonazione non esercitano alcun controllo sul loro uso.»

Delle tre grandi società americane che vendono cloni agli allevatori, solo due hanno attuato un sistema volontario di tracciatura, non esteso tra l’altro alle progenie dei cloni. Il sistema funziona tramite un registro nazionale, con autocertificazioni e con incentivi.

Quando sento le parole “autocertificazione” e “incentivo” non mi sento proprio tranquillo. Tra l’altro: sul numero di cloni il rapporto prosegue così:

«Le società non hanno fornito (per motivi commerciali o di riservatezza) dati precisi ma hanno spesso parlato di “centinaia di suini” e “migliaia di bovini”. Quindi, prodotti derivati dalla progenie di cloni sono entrati nella catena alimentare, non solo negli Stati Uniti ma anche in altre parti del mondo (in particolare in Brasile, dove esistono cinque società che si occupano di clonazione).»

La tracciatura non è obbligatoria, quindi «non si può garantire che latte prodotto da cloni non entri nella catena alimentare (anche se è improbabile che questo latte sia utilizzato nella produzione alimentare). La tracciatura non è estesa alla progenie dei cloni.»

Siamo messi bene. Poi non mi pare che l’ultimo capoverso parli espressamente soltanto di latte, ma anche di suini. Dunque è appurato che carne e altri prodotti alimentari derivati da cloni siano ormai in commercio e privi di tracciabilità.

Secondo il rapporto, basandosi sulle dosi di sperma bovino importato dagli USA in Europa ogni anno, la Commissione Europea stima un numero di circa 600.000 vitelli/anno dal 2010 in avanti come progenie di tori statunitensi o canadesi. Corrisponde al 2,5% di tutti i vitelli europei. Informazioni sul numero di dosi importate di sperma proveniente da tori clonati non esistono, perché non sono richiesti dalla legge. Ammettono però che parte di questi vitelli deriva dallo sperma di tori clonati. Con altre parole, le possibilità che nel nostro piatto finisca una fettina di vitello – figlio di un toro clonato – è una percentuale non calcolabile nell’eurozona. Si sa che il numero è in crescita.

Dunque è altamente probabile che qualche bistecca derivante da un clone sia finita sulla mia griglia e nei vostri piatti. Siamo messi male.

Il rapporto finisce con una proposta della Commissione:

«CONCLUSIONI

Tenuto conto delle questioni sopra esaminate, e in particolare della necessità di rispondere alle inquietudini che la tecnica di clonazione suscita per quanto riguarda il benessere degli animali e dell’opportunità di garantire l’informazione del mercato, la Commissione proporrà di:

i) sospendere temporaneamente nell’UE l’uso della tecnica di clonazione per la riproduzione di tutti gli animali utilizzati per la produzione alimentare, l’uso di cloni di questi animali e la commercializzazione di prodotti alimentari derivati da cloni;

ii) stabilire la tracciabilità delle importazioni di sperma e di embrioni per permettere agli allevatori e all’industria di costituire banche dati sulla loro progenie nell’UE.

Con una clausola di revisione dopo 5 anni […]»

Qualcuno dirà che a questo punto tutto è sotto controllo, firmato e ratificato, con obblighi di rintracciabilità delle bestie clonate e delle loro progenie. Problema risolto?

No, niente affatto. In un comunicato stampa del 29 marzo 2011, un – a parole – dispiaciuto commissario Dalli dichiara che le proposte della Commissione non sono state accettate dal Consiglio, purtroppo senza spiegare il perché. L’unica nota positiva consiste in alcune novità sull’obbligo dell’etichettatura, ma non scrivono quali. Rileggendo con attenzione il rapporto del 2010, mi pare chiaro che il commissario abbia più rispetto per le volontà dell’industria alimentare, che preme per l’utilizzo di animali clonati, che non per noi piccoli consumatori. Meno male che è lui il massimo esponente della Commissione europea per la tutela dei consumatori.

Un modo per essere tranquilli è comprare presso le macellerie che vendono carni certificate di razze autoctone. In Piemonte, per esempio, potete cercare il bollino Coalvi.

Basta così. Solo un ultimo punto. Prima che mi diate del visionario o dell’untore, provate a cliccare qui.

Ah già… Buona bistecca a tutti!

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Informazioni su georg maag

scrittore per l'infanzia, traduttore, lettore di tedesco per lettere&filosofia all'Università di Torino; hobby: cucina, fotografia, golf

2 commenti su “Considerazioni sulla nostra bistecca. L’attacco dei cloni

  1. […] si dovrebbe mangiare meno carne? A parte i discorsi sulla clonazione di animali e sull’introduzione degli ogm nella catena alimentare, a parte il fatto di non […]

  2. Su “Il Fatto Alimentare” Roberto La Pira ha fatto uscire un articolo che mette in luce un altro aspetto preoccupante della carne sul nostro piatto: http://www.ilfattoalimentare.it/trattare-bovini-carne-sostanze-illecite-prassi-diffusa-italia-studia-problema.html

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